martedì 13 ottobre 2015

Libertà, giustizia e morale

Spesso mi trovo a riflettere sul rapporto tra libertà, giustizia e morale.
Con libertà intendo la libertà individuale, quella per cui ciascuno deve poter far quello che vuole purché non danneggi gli altri, limitando unilateralmente e volontariamente la loro libertà individuale.
La legge, al fine di salvaguardare la libertà individuale, dovrebbe definire i limiti entro cui ciascuno può agire senza limitare la libertà altrui. Sono essenzialmente regole negative in quanto non dicono ciò che ciascuno deve fare, ma ciò che non deve fare per non invadere lo spazio di libertà degli altri.
Qualunque legge deve essere universale, ovvero applicabile a chiunque indistintamente in qualunque momento ed in qualunque luogo. E’ questo il principio cardine in cui credo dell’uguaglianza di tutti di fronte alla Legge (da questo momento indicherò con la L maiuscola la legge universale intesa in tal modo).
Ma esistono infiniti modi in cui la Legge può definire i confini individuali di azione. Volendo ragionare per assurdo, la Legge potrebbe dire che ciascuno non deve muoversi dalla sua posizione attuale e per sopravvivere (ammesso che per qualcuno ciò sia possibile) fruire esclusivamente delle risorse “a portata di mano”. In questo modo siamo certi che nessuno può invadere lo spazio vitale altrui.
E’ chiaro che lo spazio di azione di ciascuno può essere ristretto fino a tal punto (il genere umano si estinguerebbe molto rapidamente), ma, come abbiamo detto, non può essere neanche così ampio da andare ad invadere gli spazi degli altri.
La giustizia cerca di trovare questi limiti. La giustizia è un’attività di scoperta il cui obiettivo è quindi quello di definire per ciascuno lo spazio vitale più ampio possibile, evitando che vi possano essere sovrapposizioni.
Le sovrapposizioni non sono altro che possibili fonti di aggressione, conflitto, violenza, e sappiamo che il conflitto è un gioco a somma negativa, al più a somma zero, ma mai positiva (al contrario dello scambio che per sua natura è a somma positiva). Il conflitto, nel migliore dei casi, porta ad una redistribuzione di quel che c’è. Più spesso ad una distruzione di qualcosa (si vedano le ripicche, le faide, le guerre). Mai alla creazione di qualcosa di nuovo.
Ora possono esistere infiniti modi di definire questi limiti, ed ogni società, ogni gruppo di individui potrebbe averne uno suo proprio. Porre questi limiti in modo diverso può portare a risultati diversi: alcuni gruppi ne usciranno più rafforzati, altri meno. Alcuni ne usciranno più arricchiti, altri più impoveriti.
Per decidere chi può utilizzare un mezzo per i propri fini qualora ci fosse un potenziale conflitto tra due persone, un gruppo potrebbe far riferimento alla proprietà privata (ne ha diritto esclusivo il suo proprietario), un altro gruppo al caso (si lancia una moneta e chi vince può usare il mezzo conteso). Entrambi rispetterebbero una regola di risoluzione del conflitto universale ed astratta, ma col tempo una delle due regole, uno dei due sistemi di regole, porterà a risultati migliori dell’altro e porteranno il gruppo meno efficiente ad adottare un’altra regola (presumibilmente simile o uguale a quella del gruppo più efficiente) o all’estinzione di questo che testardamente vorrà continuare ad applicare le regole inefficienti.
La Legge, intesa come insieme di regole astratte ed universali, quindi si afferma con un vero e proprio processo di selezione naturale, eventualmente aiutato da istituzioni che il gruppo si dà per facilitare questa ricerca.
La proprietà privata ha dimostrato nel tempo di essere estremamente efficiente per lo sviluppo dei gruppi garantendo la libertà individuale. Le società che l’hanno usata e la hanno difesa, sono progredite più delle altre, sono più ricche e più pacifiche.
Questo non vuol dire che essa stessa sia un diritto fondamentale allo stesso livello della vita e della libertà. Semmai è per me uno strumento a supporto di questi diritti fondamentali, il migliore tra quelli ad oggi scoperti. Ed in linea di massima potrebbe anche non essere l’unico ed il migliore (anche se ne dubito).
Quindi la giustizia come processo di individuazione della Legge e della sua applicazione. Processo che fissa i limiti alle azioni individuali affinché non si limiti arbitrariamente la libertà degli altri. La Legge si esprime quindi con comandi negativi indicando “cosa non si deve fare”. La Legge definisce in modo universale lo spazio vitale di ciascuno, all’interno del quale questi può agire come meglio crede.
La morale va oltre. La morale mi dà regole positive. Mi indica cosa devo fare nei confronti degli altri. Ma proprio per questo motivo può portare a conflitti, quei conflitti che la Legge vuole risolvere.
Prendiamo il caso concreto della persona che sta affogando e dell’individuo che non lo aiuta a salvarsi.
Dal punto di vista legale potrebbe essere assolutamente accettabile che l’individuo non si prodighi per salvarla. E’ nella sua libertà scegliere di non aiutarla, e potrebbe avere mille ragioni soggettive, ignote agli altri, dietro la sua scelta apparentemente crudele, ma che nessuno ha diritto di giudicare e punire. Non salvandola non sta invadendo la sfera di libertà di colui che sta affogando. Non è lui che attivamente lo sta spingendo sott’acqua.
Ma dal punto di vista morale le cose stanno diversamente. Se la morale deve anche essere universale e deve basarsi sull’assunto “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”, allora diventa dovere morale dell’individuo salvare quella persona così come egli avrebbe voluto essere salvato in condizioni analoghe.
Può essere sanzionato quindi chi non aiuta una persona che annega? Secondo me no, quanto meno non dal punto di vista prettamente materiale (pagamento di una penale, prigione ovvero limitazione della sua libertà individuale). Ma può esserlo dal punto di vista morale. Quando il gruppo in cui vive saprà del suo comportamento cinico, probabilmente sarà discriminato dagli altri. Avrà quindi una sanzione, ma di altro tipo (e sotto certi aspetti anche più pesante).
Quindi, riassumendo, la Legge mi dice cosa la comunità si aspetta che io non faccia agli altri, mentre la Morale mi dice cosa la comunità si aspetta che io faccia agli altri. La Morale agisce sulla persona sugli aspetti immateriali che hanno una importanza enorme: mi riferisco in particolare alla reputazione che l’agente si crea nella comunità a fronte dei suoi comportamenti.
Certo, la (cattiva) reputazione si crea anche agendo contro la Legge (ma qui interviene la sanzione per la violazione). Ma non si deve trascurare l’effetto che ha anche per coloro che, pur rispettando la Legge hanno comportamenti antisociali.
Analizziamo brevemente questi comportamenti.
Se io parlo male di una persona posso (o devo) essere punito? Dal punto di vista morale sicuramente, se la comunità o anche solo parte di essa considera quel che dico delle menzogne inizierà a trattarmi diversamente, fino eventualmente ad allontanarmi dal gruppo stesso. Ma dal punto di vista penale? Posso essere sanzionato solo per aver detto qualcosa non gradita o anche falsa riguardo qualcuno?
Come si fa a dimostrare che il mio parlare ha danneggiato il bersaglio delle mie parole?
In sintesi la società ordinata che io vedo ha la Legge che garantisce l’ordine, e lo fa difendendo la vita e la libertà di ciascuno con regole scoperte nel tempo. Regole che dicono solo cosa non si deve fare, lasciando libero l’individuo di fare tutto ciò che non è vietato. A sua volta qualche comportamento può essere vietato solo se lo è per tutti indistintamente e solo se non vietarla creerebbe certamente un conflitto tra le libertà degli individui.
La morale, a sua volta, suggerisce agli individui cosa fare. Ma la morale non deve andare contro la legge, contro la giustizia. Un comportamento immorale dovrebbe essere vietato solo se portasse ad un conflitto ed una limitazione della libertà altrui. Se ad esempio in un gruppo fosse considerato immorale il rapporto omosessuale da parte della stragrande maggioranza dei suoi membri, in una società libera non dovrebbe comunque essere vietato (in quanto non limita la libertà degli altri). Ma ciò non toglie che gli altri componenti del gruppo potrebbero considerare gli omosessuali come immorali (ecco entrare in gioco la reputazione) e potrebbero discriminarli senza per questo aggredirli. E’ chiaro, non potrebbero punirli corporalmente o con sanzioni per il loro comportamento. Ma potrebbero comunque discriminarli pur rispettando la Legge. Ad esempio il padrone di un locale (proprietà privata) potrebbe vietarne l’ingresso a persone a lui non gradite e tra queste quelle che lui considera immorali e nel nostro esempio i noti omosessuali del suo gruppo. Potrà farlo sempre che la Legge riconosciuta nel suo gruppo gli garantisca la disponibilità completa della sua proprietà privata (la legge relativa, per essere universale, astratta e negativa, dovrebbe recitare qualcosa del tipo “ciascuno non può utilizzare un oggetto o entrare in un luogo senza la chiara autorizzazione del proprietario”). Ma se la Legge del suo gruppo desse priorità alla libertà di spostamento in locali aperti al pubblico (anche se privati), non potrebbe mettere in pratica questa sua discriminazione.

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